energetica più di quanto stia attualmente facendo. Siamo riu- sciti a misurare i progressi compiuti dalla Cina sino a oggi e abbiamo parlato a lungo con i cinesi sulla loro volontà di partecipare a Copenhagen e rappresentare una forza co- struttiva e positiva. Allo stesso modo stiamo parlando con l'India e con altri paesi, come Brasile, Corea e Giappone, in modo da farci un'idea delle varie intenzioni. Quindi penso che l'obiettivo del presidente e dei nostri ne- goziatori sia andare a Copenhagen e cercare di ottenere un solido accordo politico sugli ingredienti che detteranno il suc- cesso di Copenhagen. Questo significa date, target e pro- grammi definiti con obiettivi specifici riguardanti riduzioni obbligatorie, nonché meccanismi finanziari, di adattamento e tecnologici necessari per andare in quella direzione. Tale accordo politico può essere messo in pratica senza ritardi nei mesi immediatamente successivi ed essere tradotto in un trattato che deve poi essere firmato dai vari paesi. Quindi credo che i processi funzionino in modo sinergico, grazie alla collaborazione di tutti. Io a Kyoto c'ero. Ricordo la fretta dell'ultimo momento per stilare il trattato, cosa che non succederà questa volta a causa dei ritardi di molti paesi nel definire le proposte con cui si presenteranno. Quindi, se a Copenhagen riusciremo a raggiungere un accordo politico con un'ampia base e in grado di soddisfare tutti i requisiti, a mio parere si tratterà di un vero e proprio successo. In seguito, tradurre tale ac- cordo in un trattato non sarà complicato, almeno credo. può rappresentare il maggiore ostacolo? cuni paesi ad accettare i target e i termini dell'accordo, non- ché nella quantità di denaro che tali paesi sono disposti a spendere per questioni quali il trasferimento delle tecnolo- gie e l'adattamento, il che potrebbe indurre alcune nazioni sviluppate a non aderire. Nelle ultime settimane l'Europa ha parlato in modo estremamente chiaro e onesto della quan- tità di denaro che è disposta a spendere, e credo che questo sia molto utile. Ha dimostrato una grande leadership. quell'accordo che lei reputa necessario, cosa succederà a tutti gli impegni riguardanti il cambiamento climatico? fondamentale raggiungere un accordo e voglio focalizzarmi su quanto c'è di positivo. Mi rifiuto di parlare di ritirate, al- ternative o fallimenti. È una cosa che va fatta, quindi dob- biamo avere la volontà di raggiungere un accordo. A mio pa- rere è fattibile. È sicuramente alla nostra portata. Ma negoziazioni e leadership da parte di molti paesi dovranno essere in buona fede. Mi spiego meglio. Cina e India devono essere pronte a offrire target realistici. Non devono neces- sariamente adottare lo stesso programma e gli stessi processi dei paesi sviluppati, ma il mondo deve essere certo che fa- ranno la loro parte in modo misurabile e verificabile, il che è basilare per fare in modo che il Senato degli Stati Uniti con- tinui a impegnarsi, perché se dovesse notare un fuggi fuggi stringere i denti e ad andare avanti comunque. Franca- mente non credo che possa succedere. Uniti? Stati Uniti devono essere altrettanto chiari e schietti sul loro target, ossia su una percentuale di riduzione, nonché sulla quantità di denaro che sono disposti a spendere per fare la loro parte per i paesi meno sviluppati. Si tratta di due ele- menti essenziali. Continuiamo a sentire che le sue proposte non sono sufficienti. gli impegni del Senato; adesso lo si nota di più a causa dei ritardi nella questione sanitaria e in altre questioni. Nelle conversazioni che ho avuto con la Casa Bianca e con il Pre- sidente, quest'ultimo mi è parso determinato ad andare avanti e a fare la propria parte per ottenere un successo. Strategies Group, società di comunicazione con uffici a Washington, Baton Rouge e Los Angeles, che offre servizi di consulenza strategica in campo aziendale, sportivo, ambientale e di affari internazionali. Prima di entrare a far parte di Sanderson Strategies, Molly Moore ha lavorato per 27 anni come apprezzata giornalista e corrispondente politica internazionale e sicurezza nazionale. Ha diretto le sedi di Nuova Delhi, Islamabad, Istanbul, Città del Messico, Gerusalemme e Parigi del prestigioso quotidiano americano, lavorando in più di 50 paesi nel corso dei 16 anni di carriera vissuti all'estero. Prima di occuparsi di questioni internazionali, sempre per il Washington Post Molly Moore aveva seguito la difesa e la sicurezza nazionale come corrispondente principale dal Pentagono. In precedenza, si era occupata di politica locale con riferimento allo stato della Virginia. Democratico alle presidenziali del novembre 2004, John Kerry, è attualmente senatore degli Stati Uniti per il Massachusetts e presidente del Comitato per le Relazioni Estere del Senato. Persona tenace, avvocato, aggiudicandosi nelle primarie antecedenti al super martedì del marzo 2004 ben ventisette sfide su trenta (sconfitto solo in Vermont, Carolina del Sud ed Oklahoma), Kerry ha ogni avversario, cosa che gli ha permesso di contendere a George W. Bush la carica di presidente Usa. Le elezioni presidenziali del novembre 2004 si concludono però con la sua sconfitta e la rielezione di Bush. Alle elezioni presidenziali del 2008, il senatore preferisce non partecipare attivamente alle primarie democratiche, in cui appoggia il collega dell'Illinois Barack Obama. Dal 1982 al 1985 Kerry è stato vice governatore del Senato dal 1985. Nella sua agenda politica figurano la riduzione della dipendenza dalle fonti di energia non rinnovabili, l'espansione della copertura sanitaria pubblica e privata e l'istituzione di un servizio militare obbligatorio e di uno volontario che prevede quattro anni di istruzione gratuita per chi abbia svolto almeno due anni di servizio militare. Fra i diversi punti della sua campagna elettorale figura il sostegno ai diritti civili per le coppie omosessuali. la campagna elettorale per le presidenziali, stringe la mano al senatore John Kerry. Kerry, candidato democratico alle presidenziali del 2004, ha apoggiato Obama nella corsa per la Casa Bianca. Ricordo la fretta dell'ultimo momento per stilare il trattato, cosa che non succederà questa volta a causa dei ritardi di molti paesi nel definire le proposte con cui si presenteranno. Quindi, se a Copenhagen raggiungeremo un accordo politico con un'ampia base sarà un vero successo |