background image
rità di altre condizioni. Mi sembra un
approccio ragionevole. Credo che la
vera critica dei paesi emergenti ri-
guardi i sussidi stanziati dall'Europa
per diversi settori (principalmente
quello dell'agricoltura), sussidi che
sono indifendibili. C'è dell'ipocrisia
in questa situazione, se l'Europa fosse
più chiara su questo avrebbe una
maggiore credibilità. In caso contra-
rio, qualsiasi cosa l'Ue faccia, chiun-
que potrà sempre dire: "Voi avete i
sussidi agricoli", e credo che questo
sia estremamente ingiusto nei ri-
guardi degli agricoltori africani, ma
anche nei riguardi dei consumatori
europei.
L'atteggiamento
dell'amministrazione Usa
con Obama sembra essere
radicalmente cambiato sulle
questioni climatiche, anche
se il nuovo presidente deve
far fronte ad una fortissima
opposizione interna su questi
temi. Crede che Obama riuscirà
nell'inversione di rotta rispetto
all'era Bush? E questo, a livello
internazionale, farà la
differenza?
È una domanda difficile. Non sono
bravo a fare previsioni su questi ar-
gomenti. L'unica cosa è sperare che
l'opinione pubblica mondiale conti-
nui a interessarsi della questione del
cambiamento climatico, soprattutto
se la Cina dovesse decidere di impe-
gnarsi in tal senso. Non l'ha ancora
fatto. Durante il vertice Onu di set-
tembre, a New York, ha fatto dichia-
razioni promettenti, ma non ha an-
cora
detto
cosa
intende
fare
esattamente. Immaginiamo però che
tra uno o due anni si riesca ad otte-
nere impegni sostanziali dalla Cina e
che siano implementati in politiche
concrete. Immaginiamo che l'India
faccia lo stesso, il che a mio parere
avverrà. A quel punto sarebbe tutto
molto più semplice per Obama, che
ha dalla sua parte una larga fetta
della popolazione, ma che deve af-
frontare un'opposizione ancora più
ampia e potente. Per risolvere la si-
tuazione coloro che si oppongono do-
vrebbero sentirsi a disagio riguardo
alla propria posizione e chiedersi:
"Siamo rimasti isolati?". Ora accade
il contrario, indicano la Cina e di-
cono: "Non faremo niente finché la
Cina o l'India non farà il primo passo.
Sono loro le nazioni più grandi", e
così via. Se la Cina e l'India prendes-
sero l'iniziativa e portassero in primo
piano l'argomento, in modo che il
presidente americano faccia meno
fatica a mettere in atto qualcosa, sa-
rebbe un bene. È l'unica speranza
che intravedo. Se la Cina e l'India
non si impegneranno in qualche
modo che sia minimamente convin-
cente, la situazione in America re-
sterà ferma. La cosa non mi sor-
prenderebbe. Il potere delle lobby
americane è enorme, capace di pa-
ralizzare il presidente.
Secondo lei che probabilità
c'è che Cina e India facciano
il primo passo?
Credo che si impegneranno in tal sen-
so. Per come la vedo io, la storia re-
cente della Cina è interessante. Quan-
do si ha a che fare con stati autorita-
ri ben organizzati, non intendo stati
eccentrici come quelli africani, non ci
si deve preoccupare del fatto che
una decisione del governo possa es-
sere rigettata dal parlamento. Il pre-
mier cinese non avrebbe fatto quelle
osservazioni all'Onu se nel partito non
fosse stato raggiunto un consenso ge-
nerale sul fatto che la Cina sta af-
frontando gravi problemi ambienta-
li associati al cambiamento climatico.
Nelle democrazie, invece, i nostri
leader hanno il vantaggio di poter es-
sere battuti con i voti. Possono pro-
porre qualcosa e poi dire di averci pro-
vato. Negli stati autoritari non succede
così. Quindi la risposta è sì, credo che
faranno qualcosa. Non so cosa, non si
sono ancora espressi. Penso che non
siano ancora giunti a una decisione
ferma, ma è estremamente importante
che lo facciano, altrimenti l'America
non farà niente, indipendentemente
dalle parole di Obama. O meglio, po-
trebbe fare solo qualcosa di marginale.
Crede che a Copenhagen si
riuscirà a raggiungere un
compromesso soddisfacente
su un nuovo accordo sul clima
dopo Kyoto?
Non so. Non sono in grado di darle
una risposta certa. Posso solo ripeterle
le parole altrui. Esistono due tipi di
economisti: quelli che sono sempre
pessimisti al riguardo e quelli che,
avendo molti interessi in gioco, af-
fermano di essere ottimisti. Non so
proprio cosa accadrà a Copenhagen.
I negoziatori non vorranno tornare a
casa facendo la figura degli stupidi,
no? Quindi sul tavolo verranno pre-
sentate delle proposte, ma non so se
saranno quelle che ci si aspetta.
Finora il protocollo di Kyoto non
ha dato risultati particolarmente
soddisfacenti, vale la pena
proseguire su questa strada
o sarebbe più produttivo che
a Copenhagen si cambiasse
impostazione?
Kyoto è stato un fallimento e gli studi
fatti negli ultimi anni hanno dimo-
strato perché: data la sua struttura, il
protocollo non era compatibile con
una larga partecipazione. Persone
come Carla Guerrero e altri, com-
preso un mio vecchio studente, Scott
Barrett, hanno scritto molti begli ar-
ticoli al riguardo. Spero che a Co-
penhagen non si arrivi ad un docu-
mento simile a quello di Kyoto, che
era un insieme mal congegnato di
accordi, che potevano facilmente es-
sere violati. Vorrei dirle due cose: la
prima, che a mio parere avrà molta
importanza nei prossimi anni, ri-
guarda un mio suggerimento, quello
di iniziare a pensare a come scolle-
gare le problematiche della produ-
zione dalla riduzione dell'occupa-
zione, a come creare un sistema in
cui la produzione venga forzata-
mente ridotta, per esempio tramite
norme riguardanti le emissioni (e
non c'è tempo di passare a nuove
tecnologie, con le quali si eviterebbe
il problema), senza che questo metta
a repentaglio l'occupazione. È l'unico
modo per attuare grandi tagli delle
emissioni in breve tempo, visto che
abbiamo sprecato tutti questi anni.
Credo che sia una questione di pri-
maria importanza di cui si dovrebbe
discutere. Gli uomini d'affari possono
reputarla una manovra troppo co-
stosa, ma gli elettori si preoccupano
dei costi in termini di posti di lavoro
persi, non si preoccupano dei profitti
delle aziende finché non viene messa
a repentaglio l'occupazione. Sarebbe
quindi necessario scollegare in qual-
che modo le due cose o indebolire il
loro collegamento. Noi economisti,
insieme ai nostri colleghi politici, do-
vremmo pensare di più a come rein-
dirizzare le economie in tal senso.
Questa è la prima cosa. La seconda,
collegata alla prima, è che a mio pa-
rere esageriamo gli aspetti negativi di
un'eventuale riduzione della produ-
zione, dovuta per esempio a inter-
venti restrittivi per questioni climati-
39
soluzione carbon tax
Se senza
ripercussioni sulla
disoccupazione il
Pil scendesse
del 25% questo
sembrerebbe un
disastro Ma solo
dieci, dodici anni fa
si produceva
il 25% in meno
ed eravamo
estremamente ricchi
p
u
n
t
i
d
i
v
i
s
t
a