certo d'aiuto. Anzi, a dirla tutta, non è neppure rilevante: credo si tratti di un residuo culturale della storia co- loniale del paese. Su un piano più con- creto anche a Mumbai si attende che si facciano avanti per primi gli ame- ricani. Da Washington gli indiani vo- gliono aiuti finanziari, sia per rendersi più efficienti dal punto di vista ener- getico che per adattarsi alle conse- guenze del cambio di clima. E poi chiedono che gli Stati Uniti cominci- no seriamente a emettere meno". A Cina, India e agli altri paesi più im- portanti tra quelli in via di sviluppo gli americani chiedono a loro volta im- pegni precisi: "È necessario un im- pegno, una descrizione delle misure politiche che verranno adottate per ri- durre il tasso di crescita delle emis- sioni di gas effetto serra nei prossimi anni" spiega Loy. "A questo bisogna unire l'individuazione di una data a partire da cui le emissioni comince- ranno a calare". americani creino un fronte compatto nei confronti dei paesi in via di svi- luppo, che troppo spesso hanno ap- profittato delle divisioni della con- troparte: "A unire i paesi in via di svi- luppo prima di tutto è la convinzione che i paesi industrializzati debbano fi- nanziare la loro efficienza energetica. Un secondo punto è la determinazio- ne, almeno fino ad ora, a non assu- mersi nessun impegno. È quella che io chiamo la tragedia del mandato di Berlino del 1995, quando cioè il mon- do, compresi gli Stati Uniti, arrivò alla decisione che questi paesi dovessero essere esentati da impegni sul clima. Quel mandato tratta tutti i paesi in via di sviluppo come se fossero uguali. Cosa che ora è del tutto ridicola. Pri- ma di tutto perché Cina e Ciad sono completamente diversi l'una dall'al- tro. E poi perché alcuni paesi ormai contribuiscono in maniera fortissima alle emissioni, senza pagarne le con- seguenze". Agli europei, che considera più avan- ti degli americani in termini di ri- sparmio ed efficienza energetica, Loy chiede di mettere da parte la fru- strazione per l'assenza di un accordo: "Nel passato gli europei hanno subi- to l'influenza di forze forse troppo idealiste, rappresentate ad esempio dai partiti verdi, che li hanno porta- ti anche a fare passi nella direzione sbagliata. Oggi invece l'errore più grande che possono commettere a Co- penhagen è insistere perché si arrivi a tutti i costi a un accordo che sarebbe poi difficile da rispettare, o che fosse talmente debole da risultare inutile. Inoltre a partire da Kyoto gli europei si sono dimostrati meno preoccupa- ti dai costi dell'anidride carbonica de- gli americani. Bisogna ricordare che ci fu un momento in cui essi addirit- tura teorizzavano che ridurre troppo i costi significasse eliminare gli in- centivi per un cambiamento del si- stema industriale, e che quello avreb- be dovuto essere l'obiettivo finale. Io ritengo invece che sia più facile ridurre sti dei tagli. Anche questo facilita gli offset, ovvero le compensazioni per le emissioni di anidride carbonica, che a loro volta aiutano a ridurre i costi". anche al di fuori di un accordo qua- dro: "La deforestazione causa il 17 per cento delle emissioni. Limitarla sa- rebbe il modo in assoluto meno co- stoso di intervenire sul problema del cambio di clima, anche perché farebbe calare il costo dei crediti. Bisognerebbe seguire l'esempio della Norvegia, che ha investito circa un miliardo di dol- lari per aiutare il Brasile, che insieme all'Indonesia è il paese più coinvolto nel problema, a diminuire il proprio tasso di deforestazione". Ma molto, secondo Loy, può venire an- che dalle aziende che si rendono to di recente Eni con la proposta di Paolo Scaroni (vedi pagina 16), riba- dita alle Nazioni Unite, sull'introdu- zione di una carbon tax e un'accisa mobile sui derivati da combustibile. "Non conosco nello specifico l'inizia- tiva di Eni, ma credo che tutti gli im- pegni aziendali siano da incoraggia- re, specie quando portano avanti programmi specifici" dice Loy. "L'esempio da seguire mi pare quel- lo dell'Uscap, il consorzio di associa- zioni ambientaliste e grandi aziende, dalla Alcoa alla General Motors alla American Electric Power, che ha i più grandi impianti a carbone degli Sta- ti Uniti. Sono iniziative di questo ge- nere, perseguite a livello di ammini- stratori delegati, che a fianco dei grandi accordi internazionali porte- ranno a dei reali passi avanti". Washington sulla soprattutto alla pirateria sviluppo economico nell'ambito dell'accordo che si troverà loro per ridurre il tasso di crescita delle emissioni di gas effetto serra nei prossimi anni cominceranno a calare A CINA E INDIA n t i d v i s t a |