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l problema con Colbert è che è come Elvis: è morto,
ma molti pensano che sia sempre vivo. Questo irriverente
commento di un analista francese è forse il più efficace
fin qui ascoltato sui recenti cambi di scena in Francia.
La sconfitta elettorale nelle elezioni regionali non è infatti
per nulla l'unica novità in corso per la presidenza francese.
Il 4 marzo, con in mente probabilmente già il prossimo
verdetto negativo delle urne, il presidente Sarkozy, parlando
agli operai della Eurocopter a Marignane ha lanciato
un nuovo corso per "rovesciare" il declino dell' industria
nazionale, impegnandosi nientemeno a una crescita
del settore del 25 percento per il 2015. Uno sforzo finanziato
dalla emissione di uno speciale bond, a settembre,
un "grande prestito nazionale", attraverso cui raccogliere
6,5 milioni di euro. La gestione dell'operazione,
ha precisato, sarà nelle mani dello Stato: "I rappresentanti del governo
assumeranno un ruolo più attivo nelle società partecipate dal Governo stesso".
Il declino dell'industria francese è fenomeno di lungo periodo: in dieci anni
ha perso il 15 percento dei posti di lavoro. Tanto per capire: nelle grandi
economie europee, il settore industriale costituisce il 16 percento del prodotto
interno lordo di Francia e Gran Bretagna, mentre è il 30 percento
in Germania. Dopo la crisi del 2007, la Francia ha perso altri 200 mila posti
di lavoro. Qualcosa dunque doveva essere fatto da Sarkozy, soprattutto
nell'attuale clima di scontento nazionale. Quello
che è notevole è che il progetto annunciato abbia
un indubbio odore di statalismo economico,
protezionismo incluso: ad esempio, la fine
dell'outsourcing di lavori francesi all'estero,
una posizione che va dritta a scontrarsi
con le regole europee.
È questa dunque la direzione che intende prendere
Sarkozy, eletto presidente solo nel 2007, sull'onda di
una delle più radicali rivolte intellettuali pro-mercato
in Europa? Lo vedremo, pressato dalla crisi e reso
più umile dai malumori dei suoi cittadini, ritornare
sulla strada del patriottismo economico tanto caro ai suoi compatrioti?
In realtà, il presidente francese ha sempre molto parlato da liberista assoluto,
ma ha più spesso agito da campione dello stato francese. Un dualismo che
Le Monde ha colto con una felice definizione: "una combinazione di libero
mercato e Bonapartismo economico". Basta ricordare il ruolo avuto
da Sarkozy a pochi mesi dalla sua elezione nella fusione fra Gaz de France
e la franco-belga Suez per evitare che la società francese cadesse nelle mani
di aziende straniere, come l'italiana Enel.
La crisi tuttavia sembra aver operato sul dualismo sarkozyano sottraendovi
sempre più liberismo. Nel recente Word Economic Forum di Davos
lo abbiamo ascoltato pronunciare un appassionato j'accuse contro il libero
mercato "degenerato in capitalismo finanziario", appoggiando, per converso,
la necessità di riconoscere il valore delle appartenenze nazionali dentro
la globalizzazione, il ruolo economico degli Stati, la necessità di un intervento
politico sui mercati valutari. Nel rapporto fra stato e mercato, insomma,
la presidenza francese sembra oggi molto più vicina al primo che al secondo.
Il discorso agli operai di Marignane in questo senso non è una novità,
ma completa una svolta e apre una nuova fase. Fase in cui la Francia
sembra di nuovo tentata di richiamare in servizio Jean-Baptiste Colbert,
ministro delle finanze di Luigi XIV, grande assertore del ruolo dello stato
in economia, grande scettico del valore del libero commercio. Nonché grande
angelo protezionista sotto le cui ali quasi inevitabilmente finiscono i politici
francesi in difficoltà
Due opinioni a confronto: Lucia Annunziata, giornalista, esperta di problematiche
internazionali e Geminello Alvi, editorialista e noto economista
gli editoriali
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a notizia è di quelle che all'inizio di marzo i giornali
hanno volentieri trascurato, tutti presi com'erano
dalla crisi greca e dai guai dell'euro. Eppure l'annuncio
del presidente Sarkozy era di quelli importanti:
la Francia gestirà le partecipazione nelle grandi
multinazionali per massimizzare l'occupazione prima
dei valori di Borsa. Alla notizia i titoli delle maggiori
controllate, come Edf, Total, Gdf-Suez, hanno perso
più della media del Cac40. Giacché l'annuncio
pubblicizza un agire del governo che aveva mantenuto
finora più discreto. Ovvio dedurne che seguiranno altri
casi a quello recente di Renault, in cui il governo
ha una quota del 15 percento, e che appunto ha dovuto
rinunciare a spostare in Turchia alcune delle sue linee
di produzione. L'annuncio ha insomma la sua
importanza. Il più potente shareholder delle multinazionali di Parigi
si vuole shareholder dell'occupazione, e in una palese, anzi dichiarata
confusione delle parti. Conferma di come ovunque il pendolo
dell'economia mondo dal liberismo stia tornando a oscillare verso
il mercantilismo. Quest'ultimo peraltro non può ridursi solo a quanti
prima dell'Ottocento predicavano il risparmio di metalli preziosi,
e perciò la necessità di una bilancia commerciale in attivo.
Come nella sua teoria generale ha scritto Keynes, le idee mercantiliste
erano più articolate: allargavano
all'occupazione i compiti degli stati, e perciò
avviavano così volentieri imprese statali.
Ecco perché Keynes vide nei mercantilisti
i veri precursori persino di molte delle sue idee
monetarie. Del resto gli Stati Uniti già avevano
costruito proprio sul protezionismo la loro
ascesa in tutte le produzioni industriali
dell'Ottocento. E come poteva essere altrimenti,
considerando che la rivoluzione americana
aveva dichiarato nemico pubblico Adamo
Smith? Per non dire poi del keynesismo
di Hitler e di Mussolini negli Anni Trenta o del fatto che soltanto
la Seconda Guerra mondiale e le commesse statali fecero uscire
l'America di Roosevelt dalla Grande Depressione.
Insomma ecco varie fasi mercantiliste delinearsi potenti, a intervalli
ritmati, tra quelle liberiste. Ed è abbastanza ovvio che la Francia
di oggi primeggi in questo ritorno.
Il fatto si spiega certamente con la natura centralizzatrice dello stato
in Francia. Ma anche la struttura dell'economia francese permette
di capire meglio l'annuncio di Sarkozy. Pure il New York Times
se ne è accorto. Negli stessi giorni ha dedicato un suo servizio
ai vantaggi di cui la Francia pare godere in questa crisi.
Avendo un'economia più concentrata di quelle della Germania
o dell'Italia nel mercato interno, essa sembra patire meno di altri
la grave crisi dell'economia internazionale. Dalla qual cosa addirittura
il giornale americano deduce una tesi più paradossale. Persa la battaglia
della competitività internazione, con un settore manifatturiero che infatti
si è ridimensionato, la Francia si troverebbe avvantaggiata da una
economia appunto meno globalizzata. Infatti l'occupazione ha tenuto
meglio che altrove, come del resto il Pil. È una tesi condivisibile,
che completa bene il nostro quadro. Un Eliseo primo stakeholder
e al contempo primo shareholder si spiega così ancor meglio.
Come la decisione di salvare l'occupazione senza gran riguardo
ai partner dell'Unione Europea, o ai vari accordi di bilancio
LUCIA
ANNUNZIATA
I
GEMINELLO
ALVI
L
Le ali di Colbert